Divorzio All'Islamica a Viale Marconi by Amara Lakhous

Divorzio All'Islamica a Viale Marconi by Amara Lakhous

Author:Amara Lakhous
Language: eng
Format: epub


bene a iniziare oggi stesso. Poi c'è un grande vantaggio: il ristorante è a due passi da piazza della Radio.

Come dire, casa e putìa. Non avrò bisogno di aspettare l'autobus notturno per ore. L'importante è rimanere in zona, non allontanarmi molto da viale Marconi. Infine mi consiglia di andare immediatamente al ristorante e chiedere del suo amico pizzaiolo egiziano, "l'architetto Felice". Ma che razza di nome è? E poi, che cazzo ci fa un architetto in una pizzeria!

«Tunisino, ti ho trovato casa e lavoro».

«Grazie, hagg Akram».

«Adesso se vuoi ti posso trovare una moglie».

«No, grazie. Ci sta già pensando la mamma».

«E' ora di darti una mossa. Ricordati che il matrimonio è metà dell'Islam».

Ringrazio Akram con una forte stretta di mano. Prendo l'indirizzo e vado al ristorante senza perdere tempo. Il posto è vicinissimo, arrivo dopo un paio di minuti. Chiedo del pizzaiolo Felice. È appena arrivato.

«Sono Said, ma qui mi chiamano Felice, il mio nome di battaglia! Hahahaha». «Piacere, sono Issa».

«Akram mi ha parlato bene di te. Ha detto che sei a posto.

Insomma, sei diverso dagli altri tunisini che spacciano».

«Ognuno è responsabile di quello che fa».

«Giusto».

Non bado molto allo stereotipo del tunisino spacciatore.

Ormai sono vaccinato da tempo contro questi pregiudizi del cazzo: il siciliano mafioso, il napoletano camorrista, il sardo rapitore, l'albanese delinquente, il rom ladro, il musulmano terrorista, e chi più ne ha più ne metta. In arabo Said significa felice. Quindi non si può dire che abbia cambiato nome, ha solo trovato il corrispettivo italiano. Felice mi offre un caffè e ci scambiamo un po' di informazioni. Vive in Italia da dodici anni, è laureato in architettura all'Università del Cairo. Ecco perché lo chiamano bashmohandes, architetto. Nutre ancora la speranza di esercitare questa professione, un giorno. È sposato e ha una figlia piccola.

Da come parla capisco che è molto praticante. Non smette di citare versetti del Corano e detti del Profeta. Sembra un imam.

L'arrivo del proprietario del ristorante, un sessantenne di nome Damiano, ci

costringe a interrompere la nostra bella chiacchierata. Felice mi presenta dicendo che sono un ragazzo perbene. E via con il colloquio di lavoro, anzi, con l'interrogatorio.

«Di dove sei?».

«Vengo dalla Tunisia».

«Parli l'italiano?».

«Sì».

«Hai i documenti?».

«Sì».

«E come ti chiami?».

«Issa».

«Perché avete sempre nomi strani? E cosa vuol dire?».

«Il nome di Gesù in arabo».

«Quindi sei cristiano?».

«No, sono musulmano».

«Sei musulmano e ti fai chiamare Gesù! Continuo a non capire un cazzo di voi musulmani! Hai già lavorato in un ristorante?».

«No».

«Non ti preoccupare, non ha importanza. Voglio solo ragazzi seri, puntuali e che non mi rompano i coglioni. Capito?».

«Sì».

«Come vedi io non sono razzista. Non faccio discriminazioni fra musulmani e cristiani, fra quelli che hanno il permesso di soggiorno e i clandestini. Per me sono tutti uguali. Capito?».

«Sì».

«Senti, ho già dimenticato il tuo nome. È difficile da ricordare. Dobbiamo chiamarti in un altro modo, cosa preferisci: Cristiano o tunisino?». Scelgo ovviamente il secondo. Un immigrato musulmano che si fa chiamare Cristiano è una pura provocazione. Sarebbe come andare in giro per la Mecca con una croce al collo! Si chiama apostasia, la pena prevista è la condanna a morte.



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